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Fort Arcot 1751
Fort Arcot 1751

Culloden

l’ultima battaglia di libertà del clan scozzesi

Stefano Deliperi




La battaglia combattuta nella brughiera di Culloden (in gaelico Blàr Chùil Lodair), presso Inverness, il 16 aprile 1746 è stato l’ultimo tentativo bellico scozzese di riprendersi l’indipendenza dalla corona britannica.
È stata anche l’ultima battaglia terrestre combattuta nelle Isole britanniche.
Da allora il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda (poi, dal 1922, solo Irlanda del Nord) ha continuato a decidere anche i destini della Scozia, anche dopo la recente battaglia – questa volta elettorale -  del 18 settembre 2014.



Targa commemorativa della battaglia (da www.gaelicus.it)


Il quadro storico.
Fin dal 1603 i regni di Scozia e Inghilterra erano parte dell’unione personale nella figura del sovrano quando Giacomo VI di Scozia divenne anche Giacomo I d’Inghilterra.
Dopo alterne vicende, nel 1707 venne proclamato il Regno di Gran Bretagna, comprendente Inghilterra (a cui il Galles era già unito) e Scozia, con l’Atto di unione votato da ambedue i parlamenti.  Tuttavia la speranza di poter riavere la libertà non era venuta meno, anche grazie al malcontento nei confronti degli inglesi determinato dalle ripetute confische di terre in favore di protestanti anglicani, volute soprattutto da Guglielmo d’Orange negli ultimi decenni del ‘600.
  Inoltre, la dinastia degli Stuart, cattolici, il cui ultimo sovrano Giacomo II era stato dichiarato dal Parlamento decaduto nel 1688 con l’incruenta Gloriosa Rivoluzione, speravano di riprendere il trono.
Nel 1745 il principe Carlo Edoardo era stato, così, nominato reggente dal padre, l’anziano pretendente al trono Giacomo Edoardo Stuart.
 



Claymore (spada scozzese) con elsa a cesto (claidheamh cuil)


I clan.
La società delle Highlands scozzesi ancora nel ‘700 era incardinata sull’istituto del clan, lontana evoluzione della originale struttura tribale.   Il termine deriva dal gaelico clann, che significa famiglia e anche figlio, e identificava un gruppo di famiglie che riteneva di discendere dagli stessi antenati, generalmente con l’identico cognome.   Ogni clan si distingueva con il proprio schema di colori, di matrice celtica, il tartan, riportato su ogni tessuto (kilt, plaid, ecc.).   A partire dalla riforma fondiaria di re Malcom III (Máel Coluim III mac Donnchada, XI sec.), al capo del clan spettava il titolo di Lord ed era il titolare di tutte le terre dove vivevano i membri del suo clan, sulle quali avevano il diritto d’uso collettivo (coltivazione, allevamento, abbeverata, legnatico, ecc.). In caso di eventi bellici, i membri maschi del clan seguivano il loro Lord in battaglia per un legame di fedeltà simile a quello feudale.
I clan delle Higlands risposero massicciamente alla chiamata alla guerra di Carlo Edoardo soprattutto perché le ripetute ingerenze inglesi in Scozia – in particolare le sistematiche confische di terreni in favore di protestanti inglesi – stavano minando irrimediabilmente il tessuto sociale ed economico scozzese.  I clan che presero parte alla rivolta giacobita erano: Cameron, Gordon, Mac Gregor, Stuart (Stewart di Appin), Mac Donald di Keppoch, Donnachaidh, Mac Donnell di Glengarry, Mac Donald di Clanranald, Mackinnon, Ogilvy, Mac Laren, Mac Lea, Mac Leod, Mac Lean, Mac Intyre, Chisholm, Mac Lachlan, Macnaghten e Chattan[1].



La brughiera di Culloden (da www.clanjames.com)


La spedizione giacobita.
Il 16 luglio 1745 bonnie Prince Charlie (il bel principe Carlo, com’era noto nelle corti europee) si diresse verso la Scozia con pochi seguaci e scarso armamento a bordo della fregata Du Teillay, comandata dal corsaro Anthony Walsh, e con la scorta della nave francese Elizabeth, fornita dal re di Francia Luigi XV, suo sostenitore.
La Elizabeth venne affrontata e danneggiata dalla nave inglese Lyon e dovette riparare nel porto bretone di Brest. L’impresa non iniziava nel modo migliore, ma Carlo Edoardo riuscì a eludere il blocco navale inglese e a raggiungere le Isole Ebridi: il 25 luglio approdò nella rada di Loch nan Uamh, presso Arisaig.

La guerra in terra di Scozia.
Il 9 agosto 1745, a Glenfinnan, Carlo Edoardo innalzò lo stendardo degli Stuart, si proclamò reggente in nome del padre Giacomo Edoardo e chiamò alla rivolta i clan delle Highlands.
Inizialmente risposero in 1.200 uomini, soprattutto del clan dei Cameron e del clan dei Mc Donald. Pochi, ma molto combattivi. Il 16 agosto ebbero il primo scontro con gli inglesi: a Highbridge una ridotta formazione di giacobiti guidati da Sir Tìr Nan Drìs attaccò due compagnie di fanteria inglese, mettendole in rotta e catturandone il comandante.
Le truppe ribelli attraversarono le Highlands verso est, mentre l’esercito inglese inviato precipitosamente in Scozia si spostava verso Inverness: così era aperta la strada verso Edimburgo, che venne occupata il 17 settembre 1745. Le truppe inglesi, guidate da Sir John Cope e giunte ad Aberdeen, s’imbarcarono per Dunbar, cercando di raggiungere Edimburgo per scacciare i rivoltosi.  All’alba del 21 settembre 1745, presso Prestonpans, gli inglesi furono travolti dalla carica furiosa degli Highlanders nel mezzo della nebbia “tra le selvagge grida di guerra delle Highlands ed il lamento delle cornamuse”[2]. In soli dieci minuti le truppe inglesi furono sbaragliate e Sir Cope, salvatosi a stento, finì davante alla Corte marziale.
Carlo Edoardo, dopo aver ormai occupato la Scozia, puntò sull’obiettivo finale, Londra. Ma non ebbe il coraggio di andare fino in fondo.
Dopo aver preso Carlisle, Manchester e Derby (4 dicembre 1745), giungendo a sole 127 miglia da Londra, temette la reazione del nuovo esercito inglese che Guglielmo Augusto, duca di Cumberland e figlio del re Giorgio II, stava organizzando e rientrò in Scozia, a Glasgow.
Eppure c’erano ancora buone prospettive di successo: giunsero rinforzi dalla Francia, seguaci giacobiti dall’Inghilterra e dal Galles e altri 400 uomini mandati da Anne MacKintosh, il cui marito, capo del clan omonimo, militava nelle truppe governative.
Il 17 gennaio 1746 le truppe giacobite sconfissero a Falkirk un contingente inglese comandato dal tenente-generale Henry Hawley.
Purtroppo, però, anziché riprendere l’avanzata verso sud, come consigliava il suo segretario John Williams O'Sullivan, il principe Carlo Edoardo preferì seguire la proposta di Lord George Murray, valente comandante sui campi di battaglia ma poco accorto stratega. L’esercito giacobita, perdendo tempo prezioso, pose il proprio quartier generale a Inverness con l’intenzione di svernarvi.
Le truppe governative inglesi sotto il comando del duca di Cumberland giunsero invece ad Aberdeen, contando anche su alcuni contingenti alleati tedeschi (Hannover, Assia).
Con l’approssimarsi dell’esercito inglese, ormai forte e ben organizzato, molti clan lasciarono il campo giacobita.



"The Battle of Culloden" - David Morier


La battaglia di Culloden.
Gli inglesi mossero quindi verso Nairn (8 aprile 1746) e l’esercito ribelle, uscito da Inverness, si accampò nella brughiera di Drumossie (14 aprile 1746).
Il giorno successivo, il 15 aprile 1746, era il compleanno del duca di Cumberland e l’esercito inglese ebbe una doppia razione di brandy e rimase a festeggiare nel proprio accampamento, ma i giacobiti non sfruttarono l’occasione favorevole per attaccare, perché intenti a discutere quale fosse il campo di battaglia più favorevole: il principe Carlo Edoardo e O’Sullivan sostenevano l’attacco nella brughiera, mentre – e a ragione – Lord Murray riteneva che il campo aperto avrebbe dato un grande vantaggio agli inglesi e alla loro artiglieria.  Infatti, il duca di Cumberland poteva contare su ben 16 cannoni.
L’assurda discussione continuò per tutto il giorno, mentre le truppe giacobite erano schierate al freddo e alle intemperie. Un debole attacco notturno al campo inglese venne respinto.
All’alba del 16 aprile 1746 gli eserciti erano schierati in assetto di battaglia.
L’esercito del principe Carlo Edoardo contava circa 5.400 uomini, fra cui due battaglioni appartenenti ai reggimenti giacobiti francesi, gli écossais Royauxe la Brigade Irlandaise, qualche centinaio di cavalleggeri male armati e solo 13 vecchi cannoni leggeri francesi.  Si schierarono su due linee, mentre in riserva era il ridotto reparto di cavalleria di Lord Kilmarnock e le truppe franco-irlandesi. L’esercito inglese[3] aveva più di 8.800 effettivi, con 15 reggimenti di fanteria, di cui 3 dei clan scozzesi (milizia dell’Argyll) fedeli alla casata degli Hannover, due reggimenti di dragoni e l’artiglieria.  Si schierarono su tre linee con la cavalleria ai fianchi.
La battaglia iniziò verso le 10:00 del mattino, quando la debole artiglieria giacobita aprì il fuoco, senza tuttavia causare particolari danni allo schieramento inglese per la ridotta portata dei tiri. L’artiglieria inglese, nonostante il terreno paludoso impedisse i tiri di rimbalzo, colpì duramente le linee scozzesi, con un indubbio effetto demoralizzante. Ciò nonostante l’ordine di attacco venne dato dal principe Carlo Edoardo solo dopo un’ora, perché non si era reso conto dell’efficacia dell’artiglieria inglese a causa della lontananza dalla prima linea.  In più  i MacDonald si rifiutarono di eseguire l'ordine, terribilmente offesi per esser stati collocati sulla sinistra dello schieramento al posto della tradizionale posizione sul lato destro. Così una parte degli scozzesi non prese effettivamente parte alla battaglia.
  Gli Highlanders conoscevano un’unica tattica, dal sapore medievale, il selvaggio assalto frontale che si concludeva con la mischia corpo a corpo, dove prevaleva la forza fisica, tattica devastante su spazi ristretti o contro truppe poco addestrate, ma ben poco efficace in campo aperto contro truppe salde munite di artiglieria e moschetti.  Al segnale, nonostante le perdite determinate dai tiri d’artiglieria, i clan si lanciarono alla carica con spade e scudi senza risparmio, ma – giunti a breve distanza dalle linee inglesi – furono falciati dal fuoco dei moschetti e dalla mitraglia dei cannoni del duca di Cumberland.
I sopravvissuti, con folle coraggio, ingaggiarono ugualmente una furiosa mischia, soprattutto con il 4° Reggimento di fanteria “Barrell”, comandato dal tenente colonnello Sir Robert Rich[4], e riuscirono a sfondare in qualche punto la prima linea lealista, ma vennero inesorabilmente fermati dal fuoco e dalle baionette della seconda linea inglese.
Nel mentre una parte delle truppe del duca di Cumberland e la milizia dell’Argyll, comandata da Lord Campbell, avevano aggirato il fianco giacobita e, superato un muretto in pietra, li avevano attaccati.
La fine della battaglia fu una carneficina: i dragoni di Lord Mark Kerr caricarono i giacobiti superstiti e ne fecero strage.  Solo il principe Carlo Edoardo, grazie al sacrificio dei reparti franco-irlandesi, riuscì a fuggire con una piccola scorta.
In solo un’ora di battaglia le speranze giacobite e scozzesi vennero spazzate via.
Oltre 1.250 morti, almeno altrettanti erano rimasti feriti sul campo di battaglia. 558 vennero fatti prigionieri.
Le truppe lealiste ebbero solo 50 morti e 254 feriti, la gran parte appartenenti ai Reggimenti di fanteria “Barrell” e “Munro”, che subirono gli scontri più duri con i ribelli.



Battaglia di Culloden (16 aprile 1746)


Le conseguenze.
Il duca di Cumberland, dopo la schiacciante vittoria, ordinò di giustiziare subito tutti i feriti presi prigionieri, quali traditori. Solo alcuni nobili giacobiti vennero inviati a Inverness e a Londra per essere processati e giustiziati[5].   Il principe Carlo Edoardo rimase ancora cinque mesi in Scozia, sfuggendo a una taglia di ben 30 mila sterline sulla sua testa: grazie all’aiuto della nobildonna Flora Mac Donald, riuscì a fuggire via mare verso la Francia travestito da donna.
Dei 3.470 prigionieri giacobiti, 120 vennero condannati a morte e giustiziati, 88 morirono in carcere, 936 vennero deportati nelle colonie e altri 222 furono esiliati.  Alcuni vennero rilasciati e di oltre 700 prigionieri non si hanno notizie certe. La durezza del duca di Cumberland, rivolta anche verso i disertori inglesi (36 vennero fucilati sommariamente), lo fece soprannominare Billy the butcher, Billy il macellaio.
Nei mesi successivi proseguì la repressione da parte delle truppe governative, anche con l’adozione di provvedimenti tesi a stroncare ogni velleità di indipendenza scozzese e, addirittura, ogni elemento d’identità: vennero vietati il kilt e la cornamusa (a eccezione dei reggimenti che servivano sotto la corona britannica) con l’Act of Proscription (Atto di proscrizione), venne abolito il servizio militare feudale con il Tenures abolition Act e l’autorità del capo del Clan sugli aderenti con l’Heritable jurisdictionis Act, vennero pesantemente osteggiati la stessa lingua gaelica e le opere letterarie scozzesi.
  Solo a partire dagli anni ’30 del XIX secolo vennero via via abolite le pesanti restrizioni ai danni degli scozzesi.




Il diorama.
I soldatini rappresentano uno scozzese dell’esercito giacobita, giunto alla prima linea inglese, contro un alfiere del Reggimento “Barrell”. Ambedue sono feriti e duramente provati dallo scontro sanguinoso.
I figurini sono dell’ottima Pegaso Models (codice 54-812), ormai fuori produzione, formato 54 mm.
Erano presenti anche altre due combinazioni di figurini scozzesi e inglesi (codici 54-810 e 54-811) e insieme potevano dar vita a un diorama di sensibili proporzioni ed effetto.




I colori utilizzati sono gli acrilici Model con pennelli “tre zero” e “quattro zero”, mentre l’ambientazione è ottenuta esclusivamente con elementi naturali: un basamento di roccia, foglie secche, licheni, legno, ecc.




Bibliografia.

  • Voce “Battaglia di Culloden”, su Wikipedia, l’enciclopedia libera, 2014
  • Davies Norman, Isole. Storia dell'Inghilterra, della Scozia, del Galles e dell'Irlanda. Milano, Mondadori, 2004;
  • Michael Brander, Scottish and Border Battles and Battles. New York, Random House, 1988.
Note

[1]  Il clan Chattan era una sorta di federazione composta dai clan Mac Pherson, Mac Gillivray, Davidson, Mac Duff, Mac Kintosh, Farquharson.

[2]  Michael Brander, Scottish and Border Battles and Battles. New York, Random House, 1988.

[3]  Oltre alle poco addestrate truppe di contea, la corona inglese poteva contare sull’efficiente esercito regolare, formatosi a partire dalla riforma del New Model Army di Oliver Cromwell e tempratosi con le guerre continentali di Guglielmo III. I reggimenti di fanteria, che costituivano l’ossatura dell’esercito inglese a Culloden, combattevano suddivisi in battaglioni, in tre file, con un fuoco piuttosto preciso dei moschetti e l’uso della baionetta nel corpo a corpo.  Una compagnia per ogni battaglione era costituita da granatieri, soldati alti (almeno mt. 1,80) e robusti, armati di moschetto, baionetta e di alcune granate a miccia da lanciare sulle truppe avversarie. Come segno distintivo portavano l’alta mitria al posto del normale cappello a tricorno.

[4]  Secondo quanto racconta nel suo epistolario il capitano  James Wolfe, il tenente colonnello Sir Robert Rich, comandante del Reggimento “Barrell”, perse un occhio e una mano a Culloden, mentre il capitano Lord Robert Kerr, venne ucciso da un unico formidabile colpo di spada di un Highlander (da  Wolfe in Scotland di J.T. Findlay). Il capitano J. Wolfe, che in seguito si distinguerà eroicamente in America, nel corso della Guerra dei Sette Anni, nell’assedio di Louisburg e nella battaglia di Quèbec, fu uno dei pochissimi a non ubbidire agli ordini sanguinari del duca di Cumberland dopo la conclusione dello scontro di Culloden.  Quando il comandante inglese ordinò al capitano Wolfe di sparare a “quella canaglia scozzese che osa guardarci in modo così insolente” indicando Lord Fraser di Inverallochy, gravemente ferito sul campo di battaglia, rispose indignato che era “un ufficiale a disposizione di Sua Altezza Reale, non un carnefice o peggio un macellaio”, guadagnandosi rispetto e ammirazione da parte del suo reparto.

[5] Soltanto i franco-irlandesi degli écossais Royauxe e Brigade Irlandaise, quali truppe del re di Francia, ottennero la presentazione della resa formale in uso sui campi di battaglia settecenteschi, vennero trattati con cortesia e poterono ritornare in Francia sani e salvi.


Commento di Riccardo [07/03/2015]:
Bravo Stefano. Anche per me la passione per i soldatini e' un'occasione per togliere un po' di polvere dalla Storia o delle piccole storie

Commento di Stefano Deliperi [07/03/2015]:
Grazie Riccardo, anche i piccoli "soldatini" possono far la loro parte nella Storia, piccola o grande che sia!

Commento di giuseppe giovencoi [08/03/2015]:
grazie, Stefano, per queste pagine di storia; devo dire che la passione non ti manca, vista la bibliografia e relative note a cui hai attinto le notizie - questo dimostra senza ombra di dubbio come il modellismo fatto da persone serie, vada ben oltre l'elaborato manuale presentato e realizzato - grazie ancora e complimenti per l'istantanea - p.s. con me hai trovato una porta aperta, in quanto gli scozzesi mi hanno sempre intrigato - giuseppe

Commento di Stefano Deliperi [08/03/2015]:
grazie a te, Giuseppe, cerco solo di far qualcosa di piacevole per chi vede e legge e contemporaneamente rilassarmi un po'.
Scotland forever!



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